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  • Il capriccio di Alice

    La delicata mano di Alice spostò il pesante tendaggio che celava la finestra. La luce artificiale dei palazzi irradiò la sua esile figura avvolta da un dolcevita nero e dei fuseaux del medesimo colore, brillando sui sottili capelli raccolti con uno chignon. Gli occhi della donna sovrastavano la città, percorrevano le strade notturne i cui bagliori lampeggiavano riflessi nel nevischio, fino a fermarsi sulla ruota panoramica che regalava agli avventori una vista incantevole dei viali alberati brulicanti di gente.
    Sorseggiava un bicchiere di vino rosso che ne ammorbidiva e ovattava i pensieri. Lo sguardo non aveva indugiato a caso sul luna park. Raggiunta l’attrazione principale, si era ancorato come un’asse di legno intrappolata da un morsetto da falegname e non si era più schiodato.
    Tre anni prima, dopo un giro su quella giostra iniziò il calvario dal quale ancora non si era ripresa. Scese dalla pedana e senza alcuna avvisaglia svenne, nell’incredulità generale. Gli accertamenti che ne seguirono evidenziarono il contagio di un batterio molto aggressivo che ne fiaccò il fisico e la voglia di sorridere. Passò dall'essere una ballerina in tour nei migliori teatri del paese, al fare solo tappe negli ospedali debitamente bardata di mascherina.
    Fu in quel contesto, in una sala d’aspetto, che incontrò Buck, un uomo che aveva perso la vista in seguito a un grave incidente.
    «Capriccio n. 5 di Paganini. È raro sentirla come suoneria, dev’essere un’intenditrice» disse l’uomo dopo aver udito Alice terminare una telefonata.
    Lei sorrise.
    «Già, così come è raro che qualcuno la usi per attaccare bottone. Piacere, Alice. Lei?»
    «Buck. Mi perdoni se le sono sembrato indiscreto» ribatté imbarazzato.
    «Niente affatto. Sa, la musica mi estrania dal mondo, fa sbiadire i problemi e colora con tinte vivide solo ciò che ho di bello nella vita. Chopin, Paganini, Vivaldi mi fanno sognare. È bello poterne parlare a un altro amante del genere».
    Buck annuiva coinvolto: «Sono d’accordissimo con i suoi pensieri! La musica è quel balsamo che lenisce i malumori e li sostituisce con candore e serenità».
    Dopo quel primo scambio di battute, i due intavolarono un discorso condito di ricordi e melodie. Scoprirono che Alice aveva danzato in un teatro in cui Buck si era esibito e questo piccolo particolare costituì un punto di svolta. Prima dell’incidente, Buck aveva potuto ammirare quella donna e ne aveva ancora l’immagine impressa negli occhi. La grazia e la passione che emanava con le sue movenze l’avevano incantato. Lui però si sentiva solo un violinista qualunque di un’orchestra qualunque, mentre lei era un astro in ascesa, così non ebbe il coraggio di presentarsi.
    C’era molto di cui discorrere, così a quell’incontro fugace ne seguirono altri e contribuirono a creare armonia. Buck rispolverò il violino per allietare la sua musa e le promise che le avrebbe composto un pezzo per renderla immortale. Doveva essere una sinfonia su cui poteva sognarla danzare con l’abito viola, con cui la ricordava.
    Inizialmente Alice si comportò da mamma chioccia, prodiga di protezione per il suo pulcino, ma Buck le fece comprendere di aver bisogno solo che lei si sciogliesse come avrebbe fatto con chiunque altro. Questo permise loro di gustare ogni secondo insieme e la donna tirò fuori quella forza che giaceva sopita in lei.
    I fiocchi di neve cominciavano a cadere più numerosi. Alice guadagnò il divano continuando a sorseggiare vino. Ciondolava la testa a ritmo del 𝑪𝒂𝒑𝒓𝒊𝒄𝒄𝒊𝒐 𝒑𝒆𝒓 𝒄𝒖𝒐𝒓𝒊 𝒗𝒊𝒐𝒍𝒂; l’ascoltava in loop. Buck ci era riuscito. Si percepiva l'amore per la musica, delizia per l’immaginaria danza di un’ex ballerina; il romanticismo dei dettagli evidente dal titolo, unione dei particolari dei loro primi due incontri; la malinconia di un uomo che stava morendo.
    Buck se n’era andato da un paio di mesi. In realtà gli ospedali li frequentava per una patologia che adagio adagio lo consumò. L’animo di Alice accusò il colpo e, come le sue gambe, non fu più in grado di sostenere il peso delle sofferenze. La donna finì per galleggiare sospesa, trafitta e allo stesso tempo cullata dalle note del violino. Annebbiata, posò il vino e si addormentò sul sofà affondando tra le lacrime e i rimpianti di ciò di cui, ancora una volta, la vita l’aveva privata.

    Ty e Cindy

    Tyrone sedeva sul muretto vicino alla fabbrica abbandonata sorseggiando un succo di frutta all’arancia, il suo preferito. In lontananza scorgeva la figura di Cindy che arrivava tutta trafelata.
    Giunta all’incontro si lasciò andare sulla seduta con poca grazia, esalando un sospiro.
    «Oggi sono di corsissima! Ma ti rendi conto di quanto sia stupida la Graham? Darmi solo un 7… Meritavo minimo due voti in più con la fatica che ho fatto. E poi le ho detto tutto! Bah, non la sopporto» sbottò la ragazza mentre addentava uno snack.
    «Di nuovo con la dieta del kiwi?» cambiò discorso Tyrone con tono canzonatorio facendo il gesto delle virgolette per aria.
    «Sei gnucco eh! È una barretta al kiwi e tutti sanno che ha poche calorie e un sacco di proprietà benefiche – disse scartando l’involucro di una seconda merendina – e comunque sì mi sono rimessa a dieta da oggi e se tu fossi un vero amico cominceresti a dimagrire con me».
    Tyrone sorrise. Cindy era una ragazza formosa. A dire il vero non se ne faceva un cruccio, però quando metteva su peso e iniziava a far fatica a chiudere i jeans intraprendeva la dieta del “kiwi” che puntualmente falliva. I due poi ci scherzavano insieme.
    Si conoscevano sin dalle elementari, da sempre nella stessa classe. Ormai erano migliori amici. Pure le loro famiglie si frequentavano perché entrambe originarie della Nigeria. Tyrone e Cindy erano pappa e ciccia, ma anche cane e gatto: si divertivano da matti, condividevano esperienze, giravano un sacco di posti nel loro paesino tra le colline costantemente in sella alla bici e poi erano due buone forchette. La passione per il cibo aveva interessato sia i loro indirizzi di studio, in quanto frequentavano l’ultimo anno della scuola alberghiera, sia le loro linee. Questa affinità non impediva comunque che nascessero piccoli litigi: alla fine ci pensava Tyrone a risolvere i battibecchi perché era un po’ più maturo e sapeva come prenderla per fare pace.
    Un altro argomento che li metteva d'accordo era la passione per la musica del cantante rock Jet Coleman, detto “Il Cowboy” per via delle contaminazioni country nei suoi pezzi. Amavano stare l’uno a casa dell'altra a oziare e ascoltare le sue canzoni a tutto volume. Tyrone stava programmando un regalo epico: aveva comprato i biglietti per il concerto che ci sarebbe stato a Capital City e aveva intenzione di regalarne uno a Cindy.
    In realtà si era accorto come nell’ultimo anno avesse iniziato a vederla con occhi diversi. Stavano crescendo e la sintonia tra loro aveva fatto nascere in lui sentimenti nuovi. Avrebbe voluto aprirsi, ma sapeva che il rischio di rovinare l’amicizia era troppo alto.
    Un giorno, sul solito muretto, Tyrone sorseggiava il succo d’arancia. La ragazza arrivò di corsa sventolando due foglietti.
    «Ty! Ty! Non ci crederai mai! Rick mi ha chiesto di uscire! Rick! E mi porta dal Cowboy!» esplose Cindy con euforia. Rick era la sua cotta. Lei non era mai uscita con nessuno, così come Tyrone, per cui si trattava di un episodio eccezionale. Ovviamente l'amico si sentì crollare il mondo addosso. Non sarebbe stato lui a portarla al suo primo concerto di Jet Coleman.
    «Stai scherzando vero? Oh mio dio! Non ci credo! Wow!» rispose il giovane simulando felicità ed entusiasmo.
    Giunti alla sera dell'appuntamento, Cindy inviò le proprie foto a Ty per avere approvazione.
    «Fidati, stai benissimo, sei uno schianto! Ti sei anche truccata più del solito. Davvero chiunque ti troverebbe irresistibile. Mi raccomando stai attenta che quello non mi piace e lo sai.»
    «Grazie dei complimenti, ma non capisco perché devi sempre pensare male di Rick. Forse è per questo tuo atteggiamento che non hai la fidanzata! Comunque poi ti faccio sapere come va» concluse la ragazza.
    Tyrone passò una notte terribile. Non era mai stato così geloso e in più non poteva permettersi di esternarlo. Il mattino seguente ricevette la notifica peggiore: «Ciccio, la serata è stata stupenda e usciremo di nuovo. Ci siamo messi insieme!»
    Si sentì travolgere come da una locomotiva. Pianse amaramente e comprese che da allora tutto sarebbe cambiato, e non si sbagliava. Cindy iniziò a saltare tanti incontri al muretto e si fece vedere e sentire sempre meno man mano che la relazione andava avanti. Rick non voleva avesse altri ragazzi intorno e lei non seppe dirgli di no.
    La verità era lontana però: la giovane, sin dalla prima sera, non si era trovata bene, anzi avrebbe troncato subito per diversi motivi: Rick non era per niente il partner ideale. Non rideva alle sue battute, era possessivo e sembrava un tipo superficiale. Inoltre, al concerto Cindy si rese conto di essere andata con la persona sbagliata. Lei e Tyrone avevano sognato tanto un evento del genere. Le era mancato il suo amico. Per la prima volta capì che forse i suoi sentimenti per lui erano più che semplice amicizia. E allora perché uscire con Rick?
    “A Ty è sempre piaciuta Milly. Quella è bionda, ha gli occhi azzurri ed è magra: io sono l'opposto, non sono proprio il suo tipo. E poi quell’ultimo messaggio… Sono stata troppo cattiva e stupida, non mi perdonerà mai. E non posso nemmeno dare il due di picche a Rick. È il primo ragazzo con cui esco e mi metto pure a fare la schizzinosa? E se poi non trovo nessun altro?”: questi erano i pensieri che affollavano la mente e il cuore di Cindy.
    Si impantanò così in una relazione tossica col compagno sbagliato. Col tempo troncò quasi del tutto i rapporti con Tyrone per vergogna, per rammarico, per senso di colpa. Non riusciva più a parlarci, a guardarlo negli occhi pur essendo nella stessa classe. Si ritrovava spesso a piangere in cameretta ripensando a quanto stava bene prima. Non passò nemmeno più per la strada dove c’era la fabbrica abbandonata.
    Dall’altra parte Ty percepì quell’allontanamento come un proprio errore. Aveva il timore di aver esagerato con l’ultimo messaggio la sera del concerto. Non doveva parlarle ancora male di Rick. Rifletté che Cindy aveva ragione, non avrebbe mai trovato una fidanzata. Infine, si imbrogliò rimuginando su quanto fosse diverso dal prototipo di ragazzo scelto dalla sua amica, un tipo atletico, alto, coi capelli rossicci. Cosa avrebbe mai potuto vedere in un giovane sovrappeso come lui?
    Trascorsero così i mesi; prima uno, poi due, poi sei, fino a che Cindy, all’ennesimo litigio, decise di lasciare definitivamente Rick. Non lo disse però a Ty. Avrebbe in realtà voluto correre a casa sua, abbracciarlo, chiedergli scusa per tutto, sistemare il rapporto, ma non ci riuscì. Rimase sola e si concentrò sulla scuola.
    Un giorno, verso la fine del quadrimestre, Ty prese il coraggio di parlarle per scusarsi. Non voleva concludere la scuola e lasciare per sempre Cindy col ricordo di quell'ultimo periodo. All’uscita dalla classe le si avvicinò e le espresse il desiderio di avere un colloquio urgentemente. L'incredula ragazza non poté tirarsi indietro.
    «Io devo chiederti scusa. La sera in cui ti sei messa con Rick ho fatto lo stupido e ho esagerato. Alla fine per te è stata una storia importante e io l’ho sminuita da subito. Capisco perché ti sei voluta allontanare da me e non ti sei più fatta sentire nemmeno dopo la fine della vostra relazione. Ti chiedo però di perdonarmi. Non voglio e non posso lasciarti così. Io vorrei che pensassi a noi come due cari amici e ti dimenticassi di quanto sono stato idiota.»
    Cindy scoppiò a piangere e abbracciò Tyrone. Per qualche minuto non riuscì a dirgli niente, solo a singhiozzare. Quando si ricompose vuotò il sacco, aprendosi e riversando tutti i pensieri che le avevano attraversato la testa in quei mesi; chiese scusa a propria volta, scagionandolo da ogni colpa. Entrambi omisero i sentimenti romantici che nutrivano l’uno per l’altra.
    L'indomani Ty sorseggiava un succo all’arancia sul muretto vicino alla fabbrica abbandonata. Cindy arrivò di corsa e si mise al suo posto, a fianco al ragazzo, estraendo uno snack alla frutta.
    «Ci risiamo con la dieta del “kiwi”?» cominciò lui.
    «Lascia stare, guarda! Per colpa tua sono otto mesi che non mi metto in riga. Ho dovuto rifare il guardaroba. Lo sai che ho bisogno del tuo sostegno per dimagrire» chiosò lei.
    «Hai ragione, imperdonabile da parte mia – scherzò lui – comunque stai molto bene, era tanto che non ti vedevo così truccata».

    Pietra

    “Sento i suoi passi; dev’essere vicino. Non ho più la forza di combattere. L’unico risultato che ho ottenuto negli anni è stato vagare per le stanze di questa villa in totale solitudine. Ho dovuto simulare acredine e malvagità comportandomi come un mostro per scacciare chiunque si avvicinasse alla prigione che chiamo casa. Giornate vuote trascorse a rimpinzarmi di ambrosia, rimpianti e nostalgia.
    Meglio non avere a che fare con gli dèi; l’ho imparato a caro prezzo. È passato così tanto tempo che fatico a ricordare la vita prima di questo tormento. Sì, rimembro gli avvenimenti, ma le emozioni sembrano sbiadite e impolverate.
    Vivevo con le mie sorelle Euriale e Steno. Ci eravamo mescolate tra i mortali conducendo esistenze tranquille.
    Un giorno contrattavo alla bancarella di un mercato quando un furfante mi rubò il cestino in cui avevo riposto le vivande appena acquistate. Un uomo venne subito in mio soccorso, catturando il malvivente e restituendomi il maltolto.
    Era un gran bel fusto: alto, muscoloso, carnagione olivastra, fluenti capelli neri e una folta barba incolta. Lo ringraziai sentitamente e senza nemmeno accorgermene, tra una chiacchiera e l’altra, mi ritrovai a passeggiare con lui nel brulichio delle persone.
    Fu solo il primo di una serie di incontri via via più romantici. L’eros tra noi cresceva man mano che ci conoscevamo, ma l'idillio non fu eterno…
    Una notte di mezza estate segnò il crocevia della nostra relazione. Avevamo trascorso una serata fantastica: avevamo cenato, ci eravamo divertiti a osservare gli astri celesti e camminavamo in un prato per ammirare i fiori al chiar di luna. Lui mi sorprese poi proponendomi di seguirlo in un “posto speciale”.
    «Medusa continua a tenermi la mano e resta con gli occhi chiusi, mi raccomando!» disse con tono entusiasta. Io ubbidii facendomi guidare dai suoi passi mentre i rumori mi rivelavano di essere passati a un ambiente chiuso e pavimentato.
    «Eccoci arrivati, ora puoi aprirli» concluse, al termine di una scalinata. Ci trovavamo nella stanza superiore di un edificio e la vista era incantevole.  Il mare spumeggiava in lontananza agghindato dal brillare dei raggi lunari; davanti a noi si estendeva la foresta le cui fronde erano agitate dalla brezza.
    Mentre mi lasciavo suggestionare dal paesaggio, egli cominciò a sussurrare al mio orecchio dolci ma insistenti parole e, prima che me ne rendessi conto, aveva iniziato ad allungare le mani mettendomi in imbarazzo. Ovvio, ero innamorata, ma non mi sentivo ancora pronta a lasciarmi trasportare dalla passione, anche se in quel frangente non percepii di avere scelta e così giacqui, mio malgrado, con lui.
    E il peggio doveva ancora arrivare: entrò di soprassalto una donna che iniziò a inveire contro di noi e quello che sentii mi fece inorridire. Quell’uomo era Poseidone, dio dei mari, e ci trovavamo nel tempio di sua nipote Atena. Era comprensibile come quella profanazione non andasse a genio alla dea. Ciò che mi demolì furono le scuse del divino essere che mi aveva sedotta, che scaricò la colpa su di me. La dea della ragione in quella situazione lasciò il passo alla sua indole guerriera, riversandomi addosso tutta la propria ira.
    Da quel giorno vivo come un’eremita in questa deserta dimora. La mia unica compagnia sono i serpenti che mi ritrovo sul capo, vessillo della mia ingenuità e di un malriposto sentimento verso un dio mascalzone.
    Ora sono qua, stesa sul mio divanetto. Sento Perseo avvicinarsi intenzionato a porre fine alla mia esistenza.
    E così sia.
    Il mio cuore si è tramutato in pietra da tempo ormai. Forse questo sarà l’unico sollievo dall'afflizione e dalla malinconia".
    Con un colpo netto l’eroe decollò la testa di Medusa e la infilò rapidamente in un sacco per evitarsi conseguenze spiacevoli. Il corpo rimase esanime e lentamente il sangue e la carne emisero una fitta coltre di vapore dalla quale emersero due creature: Pegaso, il cavallo alato per antonomasia, e Crisaore, che crescendo divenne un gigante e che si distinse per la sua rettitudine grazie alla quale divenne il portatore del tridente di Poseidone suo padre, di cui non seppe mai la vera identità.
    Medusa divenne pertanto madre di due figli; non poté mai conoscerli, ma di sicuro le avrebbero ammorbidito il triste cuore di pietra.

    Il detective di plastica

    Il fascicolo arrivò sulla scrivania del detective Malligan. Riportava alcuni casi di sparizioni avvenuti negli ultimi tre mesi: Johnny Reynolds, ventitré anni, laureando in lingue orientali, amante della cultura cinese; Terry Bakersville, cinquantadue anni, gestiva un negozio ortofrutticolo col marito chiamato “Il Broccolo e La Zuccona”, nomignoli con i quali erano soliti prendersi in giro; Timothy Hughes, sessantotto anni, divorziato perché aveva perso la testa dietro a presunti avvistamenti di UFO.
    Nei delitti era riscontrabile un pattern comune: le vittime ricevevano la consegna di una scatola in una sera di luna nuova, la aprivano e poi puff, scomparse. Sulla scena del crimine veniva rinvenuto solo il pacco aperto contenente una piuma. Nessuna effrazione.
    Malligan stava percorrendo diverse piste. Aveva cominciato col contattare un ornitologo per scoprire a quale uccello appartenesse la penna, ma la sua ricerca fu inconcludente. Lo studioso non trovò riscontro in nessuna specie conosciuta.
    Il detective portò avanti parallelamente un’indagine sulla provenienza delle scatole. Erano state prodotte dalla PinkoPac, la quale aveva spedito i propri imballaggi a un paio di indirizzi in città: un'azienda che impacchettava profumi e un privato che ne aveva acquistate una dozzina. Malligan partì da lui.
    Cornelius Bradford, quarant'anni, disoccupato. La visita dell'ispettore lo indispettì, tanto che lo liquidò sgarbatamente. Questo non fece altro che alimentare i sospetti dell’investigatore, al quale servivano ulteriori prove per inchiodare il sospettato. Tornò a casa a riordinare le idee e concedersi qualche ora di riposo.
    Il suono del campanello interruppe i suoi piani. Aprì la porta ma non vide nessuno. Richiudendo l’uscio notò una scatola lasciata sullo zerbino. Corse nelle scale e poi arrivò in strada, ma ormai il mittente si era dileguato.
    Chiamò Nelly Calvin, sua collega che collaborava alle indagini, ma scattò la segreteria telefonica. Le lasciò un messaggio in cui spiegò l’accaduto, chiese di ricontattarlo quanto prima e disse che nel frattempo avrebbe esaminato il pacco. Posizionò lo smartphone su un treppiedi e iniziò a girare un video dell’insolito unboxing. La incise con un taglierino e immediatamente si udirono tre piccoli scoppi con altrettante scintille e Malligan perse i sensi.
    Passarono alcune ore. Quando rinvenne si sentì paralizzato e in grado solo di muovere gli occhi. Si guardò intorno e si rese conto di essere in una stanza assurda con l’arredamento di dimensioni abnormi. Notò la presenza di un gigante che si rivelò essere Cornelius Bradford, l’indiziato numero uno, il quale si diresse verso il detective.
    «Malligan! Spero tu possa sentirmi. Complimenti, eri arrivato a un soffio dall’inchiodarmi, ma sono stato più veloce. Ti voglio dire cosa sta succedendo prima della tua definitiva dipartita» esordì lo squilibrato. L’investigatore si sentiva mancare per la paura e per l’impotenza.
    «Vedi sbirro, ti trovi sulla mensola di casa mia. Sei diventato un modellino di plastica e sei in buona compagnia come puoi vedere» disse Bradford indicando altre statuette. Nello specifico erano un drago recante una targa col nome Reynolds, una zucca di Halloween indicante Bakersville e il viso di un alieno con la scritta Hughes: le tre vittime scomparse.
    «Ti chiederai come ci riesco. Hai mai sentito parlare dell’uccello presente nel folklore scozzese, Boobrie? Pare che nella leggenda questo pennuto maligno muti la propria forma per ghermire le prede. Io sono riuscito a trovare le sue piume e a scoprire che nelle notti di novilunio posso allargare la mia collezione di statue con dei pezzi unici» concluse il folle, scoppiando in una fragorosa risata.
    Malligan rimase impietrito. Pensava non potessero esistere cose del genere, che fossero pura fantascienza. Si sentì senza via d’uscita e adirato perché quell'uomo avrebbe continuato a mietere vittime. Fu in quel momento che i suoi colleghi, capitanati da Nelly Calvin, fecero irruzione arrestando il criminale. Il video girato dal telefono dell’ispettore incastrò Bradford.
    L’investigatore si sentì sollevato; allo stesso tempo percepì che le forze lo stavano abbandonando. I pensieri divennero offuscati fino a che non perse definitivamente conoscenza divenendo solo un detective di plastica.

    Il carrellino d’agàpe

    “Che caldo! Non vedo l’ora di arrivare a casa!” pensava Saadia mentre trascinava il carrellino della spesa sotto il sole cocente. Rientrava dopo aver fatto compere al mercato. Procurare il necessario per vivere era un suo compito. Rachid, il marito, partiva presto per lavoro e tornava verso sera, lasciando che lei si occupasse dell’appartamento e dei parenti. Non era semplice: la loro era una famiglia numerosa, affollata da quattro bambine in età prescolare. Le sfide maggiori le creava tuttavia Ahmed, fratello di Rachid, che faceva il mantenuto poltrendo tutto il giorno, guardando la televisione, bevendo e dormendo; la sua costante irascibilità e i maltrattamenti verso i familiari in assenza del fratello costituivano la cornice perfetta.
    Malgrado lo stress, Saadia riusciva a essere ugualmente una persona forte, nonostante non se ne rendesse conto. Aveva una visione distorta di sé, si considerava una nullità, non si sentiva mai all’altezza della situazione. Avrebbe avuto bisogno di incoraggiamento e di tenerezza, ma suo marito, pur essendo un uomo buono e un gran lavoratore, non ci sapeva fare con le carinerie. Verrebbe da chiedersi perché Saadia si fosse scelta un compagno così distante dalle proprie necessità; la verità è che non sempre si può scegliere… Per anni aveva maledetto il giorno in cui il padre le aveva fatto conoscere Rachid, il figlio del proprietario di uno stabilimento tessile della zona. Le era stato presentato come un buon partito, un’occasione più unica che rara. Per Saadia fu invece un colpo al cuore. Eterna sognatrice, era cresciuta nell’illusione di potersi innamorare di un uomo gentile di cui prendersi cura a propria volta. Tutti progetti che il padre non aveva voluto ascoltare, etichettando la figlia come un’ingrata. Sì, Rachid era un uomo buono, ma non era l’amore della sua vita.
    La realtà la metteva di fronte alle frasi denigratorie del cognato: le entravano in testa come erbacce, infestandone i pensieri. Insulti taglienti, vili, che giorno dopo giorno andavano a sgretolare le fondamenta dell’autostima della donna. Razionalmente, l’opinione di Ahmed non doveva avere importanza, ma per lei che soffriva emotivamente, diventava un macigno. A ciò si aggiungevano le insicurezze legate al fisico: quando toglieva il burqa e rimaneva sola davanti allo specchio, Saadia non faceva altro che trovare difetti. Era molto attraente, viso delicato e occhi castani, ma il tutto era offuscato dalle preoccupazioni riguardanti i cambiamenti che aveva affrontato il proprio fisico in seguito alle gravidanze. Non aveva mai badato troppo ai canoni estetici occidentali, ma forse la lunga permanenza in Italia l’aveva influenzata.
    Le mancava il Marocco. Quando ripensava alla vita laggiù, alla spensieratezza e ai primi anni di matrimonio, veniva presa dalla nostalgia. Al mercato andava con le sorelle. Ridevano, scherzavano, preparavano ogni genere di pietanze insieme; c’era un clima disteso e caloroso. Ogni volta che tornava con la mente a quei giorni sentiva di nuovo il profumo delle spezie che si respirava tra le bancarelle. Col tempo, però, l’unione con Rachid si rivelò un buco nell’acqua perché nel giro di poco la situazione dell’azienda del suocero peggiorò a causa di una crisi finanziaria. Risultava difficile tirare avanti con le poche entrate che si riuscivano a raggranellare, così l’Italia divenne l’unica meta possibile per guadagnare qualche spicciolo in più e aiutare i propri cari. Il Bel Paese era la patria della sua progenie, ma spesso anche tormento e timore per il futuro delle proprie bimbe. Si scontrava con la cattiveria delle persone: sguardi accusatori, disgustati che talvolta sfociavano in frasi razziste. Non tutta la gente era cattiva, ma Saadia, a furia di incassare colpi, era diventata diffidente verso chiunque. In quei frangenti sentiva ancora di più la mancanza di casa, del Marocco.
    Specchiandosi nella propria immagine, notava quanto fossero spenti i suoi occhi. Aveva trentacinque anni, ma se ne sentiva almeno quindici in più. Non trovava il tempo per divertirsi, per fare ciò che le piaceva e aveva persino dimenticato i suoi passatempi preferiti. Si annullava per aiutare gli altri. Lei era questo: amore disinteressato. E alle sue bambine non sfuggiva, come a Soraya: cinque anni, un piccolo genio. Aiutava in casa a fare le faccende a modo suo, si occupava delle sorelline e abbracciava la madre quando la vedeva un po’ giù. Aveva già imparato a scrivere e lasciava sempre dei bigliettini per i suoi familiari. Frasi semplici che su Saadia avevano grande effetto; le regalavano gioia e il sostegno a perseverare.
    Era un giorno in cui le preoccupazioni della donna si facevano più dense intrappolandola in una bolla. La sua mente si trovava a ripercorrere i rimpianti di una vita. Nella sua testa facevano baccano tristi pensieri ma all’esterno si udiva solo il carrellino che correva sull’asfalto. Era vicina al palazzo dove viveva; si potevano scorgere i gradini che la separavano dal piano sopraelevato presso cui si trovava l’ingresso del condominio. Notò che al citofono dell’edificio un postino stava suonando in cerca di qualcuno che aprisse; lei arrivò alla scalinata e cominciò a trascinare con fatica il trabiccolo. Qualsiasi osservatore esterno avrebbe colto la difficoltà della donna: dava dei forti strattoni con entrambe le mani aiutandosi con l’intero corpo perché la spesa era parecchio pesante. Il portalettere, intenerito, si chinò e si offrì di aiutarla sollevando un’estremità del telaio per raggiungere l’entrata del palazzo. Notarono che il portone era stato aperto da qualcuno dei condomini, così lui tenne l’uscio spalancato per facilitarle l’accesso e le domandò: «Abita al piano terra o deve salire?» accorgendosi della mancanza di un ascensore.
    «La ringrazio, abito qua al piano terra» rispose Saadia indicando la porta di fronte. Il postino sorrise, le chiese il nome per verificare se avesse della corrispondenza per lei e poi la salutò. La donna ricambiò con gentilezza, si diresse verso il proprio appartamento inserendo la chiave nella serratura e sparì all’interno.
    Richiuso l’uscio alle sue spalle, Saadia si appoggiò alla porta reclinando il capo e tirando un grosso sospiro di sollievo. Si sentiva in imbarazzo e, scossa dal turbinio di emozioni, si commosse. In quei semplici gesti aveva potuto leggere un sentimento sincero e disinteressato; non era stata né un fantasma né la marocchina di turno, nessuno l’aveva fatta sentire un peso, nessuno l’aveva denigrata. Avrebbe voluto ringraziare ancora quel postino, ma non era possibile. Pensò che fosse un semplice sostituto perché di solito era una donna a portarle le lettere, e che con ogni probabilità non l’avrebbe più rivisto.
    Tornò alla realtà avanzando nel corridoio per recarsi in cucina a riporre il cibo nella dispensa. Per una persona qualunque quell’azione poteva apparire come una semplice formalità. Per Saadia non fu così. La percepì come una carezza al cuore. I problemi della sua vita permanevano, ma sentì una determinazione diversa. Le lamentele del cognato non la scalfirono quel giorno e rimase di buonumore. Continuò a riproporre nella mente l’episodio appena vissuto e aprì gli occhi: amore agàpe. Sì, era questa la sua miglior qualità, quella che i greci chiamavano agàpe. Un sentimento nobile che trascende l’affetto o l’ostilità altrui e si fonda su ragioni di principio volto alla ricerca del bene degli altri. Saadia comprese quanto fosse un pregio inestimabile. Avere sulle spalle il giogo delle sue responsabilità non era semplice, ma l’atteggiamento gentile di quell’uomo le ricordò che chi vive praticando l’amore verso le persone ha bisogno di cibarsi di tale amore a propria volta.

    Nel dimenticatoio

    Il piccolo bruco Calì camminava sereno per la sua strada. Alle sue spalle un grosso gatto di nome Caesar lo pedinava, con l'intento di giocare. L’insettino, leggermente indispettito, decise di cercare un nascondiglio per riposare in santa pace. Fu allora che vide un cunicolo non molto largo e vi entrò. Ovviamente il micetto incuriosito tentò di infilarcisi cominciando a scavare, ma finì per incastrarsi.
    Il bruco nonostante inizialmente avesse un'aria vittoriosa, iniziò a sentire il terreno sbriciolarsi sotto i piedi. Il gatto si spaventò e prese a dimenarsi provocando una voragine sotto le loro zampe, così che caddero nel buio.
    E caddero.
    E caddero in un grande lago che, agitato dal vento, produsse onde che li trascinarono a riva, dove persero i sensi.
    A ritrovarli fu una coppia, lei con capelli neri corvini e viso gentile e lui con una cuffia scura con il logo di uno snowboarder.
    «Hatta! Guarda laggiù! Quel micetto sembra svenuto!» esclamò la ragazza correndo sulla battigia in soccorso della bestiolina. Si rese poi conto anche della presenza del bruco.
    «Regina lascia stare. Hai visto cos’hanno appeso al collo? Hanno entrambi la targhetta. Non sono del nostro paese, non possiamo avere contatti con loro» disse Hatta, il maschio, una volta raggiunta la fidanzata.
    «Non possiamo lasciarli morire poverini! Ti prego» implorò Regina con le pupille lucide.
    Dopo qualche secondo di esitazione, anche il ragazzo acconsentì e li portarono in una casotta poco distante in cui riuscirono ad aiutarli. Dopo essere rinvenuti, i due animali si resero conto di un fatto assai strano: potevano parlare! Questo permise loro di spiegare la situazione e farsi capire dagli umani.
    Passarono la serata mangiando insieme e nel frattempo la coppia esplicò anche la pericolosità del loro nuovo collare che sembrava impossibile da togliere: «Non potete stare qua perché non appartenete alle nostre terre. Al collo di chi si avventura da queste parti compare una specie di biglietto d’ingresso che lo differenzia dagli altri. La pena per chi vi mostra compassione è la morte» rese chiaro Regina.
    «Ma che barbarie! Gli umani sono sempre così cattivi?» chiese sconsolato Caesar.
    «Secondo me sì, non sai quante volte hanno provato a schiacciarmi!» aggiunse Calì.
    Mentre parlavano, irruppero nel rifugio due gendarmi con una terza persona, la quale esclamò: «Eccoli, sono loro che hanno aiutato gli stranieri!»
    Nemmeno il tempo di spiegarsi che il quartetto si ritrovò arrestato e obbligato a comparire davanti al re, che però appena li vide disse con stupore: «Regina! Figlia mia! Proprio tu tra questi furfanti? Ti hanno obbligata, non è vero? Ucciderò la mente di questo diabolico piano».
    La principessa ammise subito la propria “colpa”, comprendendo la sorte che le sarebbe toccata. Il sovrano, non volendola giustiziare, emise vigliaccamente un’altra sentenza: «Tesoro, è evidente che sei stata manipolata. Guardie, uccidete questi tre!»
    «No padre vi prego! Togliete a me la vita! Non è giusto! Io amo quest’uomo!»
    Il re, con distacco, suggerì allora nuove soluzioni: «Vuoi salvar loro la vita? Io ti proibisco di rivederli. Cancellerò loro la memoria e qualche venerdì e non ti infastidiranno più. Altrimenti, visto che ti ostini a volerli difendere, subirai la tua pena, ingrata!»
    «No vostra Maestà! Berremo quello che volete, ma lasciate in vita vostra figlia vi supplico!» gridò il giovane con l’appoggio degli animali, riconoscenti per il soccorso ricevuto.
    «Hatta, no! Non posso vivere senza di te!» rispose piangendo Regina.
    «Fai silenzio! Portate a questi tizi il filtro dei ricordi e levatemeli dai piedi» condannò il re.
    Così il trio bevve lo strano intruglio, perdendo ogni rimembranza. Divennero anche un po’ picchiatelli a dirla tutta.
    Calì si isolò e iniziò a fumare narghilè. Tutti impararono a conoscerlo come Brucaliffo. Caesar divenne schivo, non propendendo mai per il bene o il male, apparendo e sparendo a suo piacimento. Divenne lo Stregatto. Hatta si chiuse in casa a bere tè insieme a una lepre e tra un festeggiamento e l’altro divenne noto come il Cappellaio.
    Tempo dopo il re abdicò lasciando il trono alla figlia, la nuova Regina di Cuori. Ella, ormai divorata dal rancore, emise subito la prima sentenza, verso il padre: «Tagliategli la testa!»

    La mia famiglia

    È affascinante come degli esseri viventi così diversi da noi possano entrare nei nostri cuori e divenire a tutti gli effetti parte della famiglia. A me accadde proprio questo, perché mi ero affezionato molto a loro. Voglio condividere la mia storia, ma andiamo con ordine, prima mi presento.
    Io sono Vaniglia e sono un porcellino d’India (maschio, anche se non si direbbe dal nome, ma questo è un altro racconto). Avevo due animali domestici, due umani di razza mediterranea, mi pare, anche se non me ne intendo molto; avevo un maschio e una femmina. Si è vero, per una cavia come me forse erano un po’ grandi e impegnativi da accudire, ma me ne sono sempre occupato in maniera impeccabile. 
    Ero abituato a vedere il maschietto dal tetto della mia casettina tutte le mattine alzarsi e porgermi delle belle foglie di insalata, in particolare il radicchio che mi piace tanto. Poi usciva e lo rivedevo più tardi. La femmina era un po’ più sedentaria, infatti mi pareva più in carne. Lei mi coccolava spesso. A turno poi mi pulivano la casa e in quel frangente ne approfittavo per ispezionare l’ambiente in cui li facevo vivere. In casa scorrazzavano anche due gatti abbastanza dispettosi, ma tutto sommato eravamo amici.
    Non voglio tediarvi oltre con questi preamboli e arrivo al nocciolo della storia. Era un ferragosto più fresco del solito. Erano giorni frenetici per i miei umani perché alla mattina mi mettevano da mangiare e poi uscivano, per rincasare solo alle 17 circa. Quel dì avevano aggiunto anche le carote. Erano stati parecchio gentili con me, tuttavia non mi sentivo in vena di mangiare. Il mio cuore mi dava noia, batteva a un ritmo tutto suo e io avevo molta paura. I gatti, per quanto fossero sempre prodighi di consigli, non avevano soluzioni a quell’impiccio.
    Continuai a cambiare posizione tutto il giorno ma niente, il dolore non passava e il respiro si riempiva di affanni. Inizialmente nemmeno i miei umani, una volta tornati se ne accorsero, o meglio, pensavano avessi caldo e accesero un marchingegno per rinfrescare l’aria. Nonostante fosse ormai notte sembravano ancora belli arzilli.
    Il maschio si avvicinò alla mia dimora per allungarmi una razione di cibo ma notò che non avevo nemmeno toccato la colazione. Provò a imboccarmi ma niente. Non riuscivo a farmi capire. La femmina però intuì qualcosa perché era più sensibile ed emotiva e si preoccupò molto. Mi accarezzò più del consueto mentre l’uomo si adoperava per cercare un dottore.
    Nel frattempo mi misero un po’ a terra. Mi resi conto di essere molto debole in quell’istante. Il brio che mi caratterizzava andava affievolendosi. Mi sentivo fiacco e stremato pur essendo sazio di riposo. Capii che qualcosa in me era cambiato, peggiorato per dirla meglio. Decisi allora di godermi la libertà di quel momento usando gli ultimi brandelli del mio spirito per correre e provare a giocare. Mi sentii emotivamente appagato.
    La notte era ormai inoltrata quando i miei umani trovarono un pronto soccorso adatto a me. Entrai nel trasportino e senza quasi rendermene conto giungemmo all’ospedale. Ad accogliermi c’erano un vecchio gatto e un’umana col camice bianco. Non sapevano come curarmi. Non potevo essere curato. Il mio cuore era molto debole. Potrà sembrare un segno di follia, ma ero contento: i miei umani erano lì con me. L’ altra faccia della medaglia era che in quella maniera potevo percepire la loro tristezza. Ci fu un maldestro tentativo da parte della donna in bianco di misurarmi la temperatura (avrei preferito evitare un’umiliazione del genere).
    Il maschio mi accarezzava, mi consolava e nel contempo lo vedevo combattuto perché cercava di nascondere la sua inquietudine per sollevare l’anima affranta della femmina. Terminato il supplizio del termometro mi resi conto di essere ormai agli sgoccioli. Caddi sul lato e mi mancò il respiro. Fu quasi come essere torturato, mi sentivo il cuore esplodere e non vedevo vie d’uscita. A quel punto anche il maschio proruppe in lacrime.
    Quello che ricordo si va poi frammentando. Ripresi conoscenza su un altro tavolo con indosso una maschera che alleviava il mio dolore. Smisi infine di respirare verso le tre di notte. Non so cosa accadde dopo, ma ho una certezza: non ero triste. Avevo con me la mia famiglia e l’unica cosa di cui avevo bisogno era il loro amore.

    El tango de la muerte

    Fei ansimava soddisfatta mentre scrutava la propria figura allo specchio sostenuta dalle braccia del maestro di tango. Ormai era qualche mese che si era iscritta al corso serale di danza mettendoci molto impegno. Anche il suo istruttore, Diego, l’aveva notato usandolo come pretesto per attaccare bottone. Per ora erano semplici amici, ma Fei si circondava il viso di cuoricini ogni volta che lo ammirava.
    Terminata la lezione rientrò al suo appartamento, in un condominio di periferia. Salite le scale, recandosi verso la porta di casa, scorse un piccolo pacchettino rettangolare sul proprio zerbino. Incuriosita lo sollevò interrogandosi sulla sua provenienza, in quanto riportava solo la scritta “Per Fei”; nel frattempo entrò, chiudendo poi l’uscio a doppia mandata per la notte.
    Scartò il regalo e trovò una lettera chiusa con un adesivo a cuore e una videocassetta. Nella missiva era presente una semplice scritta: “Ti ho trovata”. Il messaggio le fece raggelare il sangue. Prese la VHS e la inserì nel videoregistratore. Le immagini erano tutte riprese di Fei mentre svolgeva le sue attività quotidiane in diversi luoghi.
    Scoppiò a piangere e si fece pervadere dal panico. Terrorizzata, chiamò i genitori, ma essendo essi all'estero in vacanza, le dissero di rivolgersi alle autorità mentre si sarebbero organizzati per il rientro.
    Fei era certa che l’artefice di tutto ciò poteva essere esclusivamente Constantine, il suo ex. Un uomo, se tale si poteva definire, molto possessivo e che le aveva fatto passare anni intrisi di abusi, insulti e percosse. Aveva trovato la forza di lasciarlo in seguito all'ennesimo litigio, quando si rese conto che la sua esistenza di stava limitando a una semplice sopravvivenza. Reagì e lo denunciò con l'appoggio dei propri cari, cogliendo l'occasione per cambiare città e vita.
    Decise di rimanere sigillata in casa per quella notte, riuscendo a stento a riposare. Il mattino seguente si recò presso la caserma e riportò tutta la vicenda agli ufficiali, tra i quali vi era anche Diego, suo insegnante di tango, in quel momento in servizio.
    «Grazie signorina, abbiamo preso la sua deposizione e le faremo sapere, in assenza di prove» disse sbrigativamente il carabiniere più anziano. Diego, visibilmente scosso e affranto, si offrì invece di scortare la sua allieva a casa. I due ebbero modo di chiacchierare e questo fu molto d’aiuto a Fei.
    Giunti sotto al palazzo, Diego propose di accompagnarla fin sul pianerottolo, ma la donna insisté che non ce ne fosse bisogno. I due si accomiatarono promettendosi un appuntamento.
    Fei si guardò intorno circospetta per tutto il tragitto, dall’androne comune fino alla porta di casa, ma non notò nulla. Aprì la serratura e si intrufolò rapidamente. Non riuscì tuttavia a richiudere l’uscio, perché sentì una forza spingere dall’altro lato: era Constantine, il quale con uno spintone fu in grado di entrare.
    «Tesoro mi manchi così tanto… Ti prometto che cambierò, dammi un’altra possibilità» si mise a pregare l’uomo con un’aria da cane bastonato. Fei respinse quelle menzogne sapendo che era un individuo bugiardo e pericoloso. Questo lo indispettì molto, così la afferrò per un braccio strattonandola. Lei cercò di ritrarsi ma, vista la differenza di forza fisica, lui riuscì a tenerla attaccata a sé sussurrandole di essere deciso ad averla di nuovo nella sua vita.
    Fei cercò in tutti i modi di divincolarsi. Constantine nel frattempo le strinse sempre di più il braccio e la prese anche per i capelli. Fece un ultimo tentativo di fuga tirandosi indietro con forza. Il vile la lasciò e la donna scivolò battendo violentemente la nuca contro lo spigolo di una mensola di marmo.
    Pian piano il pavimento cominciò a tingersi di rosso. La vittima rimase immobile a terra mentre l’uomo vigliaccamente si dileguò.
    I pensieri di Fei si facevano via via più confusi. Iniziò a non percepire più i confini con la propria immaginazione; le sembrò di danzare insieme a Diego con un abito rosso fuoco. Un mondo fatto di musica e tango in cui esistevano solo pace e passi di ballo senza problemi o ansie. Si sentiva sempre più leggera e serena mentre il vestito che indossava tingeva tutti i suoi pensieri inondandoli di sangue fino a che quella divenne l'unica visione, sia nel sogno che nella realtà.

    Come un giocoliere

    «Oliver! Oliver! Puoi venire a darmi una mano per favore? Oliver!» disse a gran voce Jerry per catturare l’attenzione del figlio.
    «Aspetta dieci minuti papà che finisco la partita almeno!» replicò il ragazzo intento a spassarsela con i videogiochi. Jerry acconsentì e intanto cominciò a spostare dei girasoli che aveva piantato in un angolo del giardino, trasferendoli dall’altro lato. Erano cresciuti troppo e iniziavano a creare impiccio nella zona in cui si trovavano.
    Oliver dopo qualche minuto posò il joystick e si recò, un po’ svogliato, ad aiutare il padre: «Cosa c’è? Cosa dobbiamo fare?» chiese.
    «Questi fiori li dobbiamo spostare da qui a laggiù facendo attenzione a non danneggiarli» rispose Jerry affaccendato con le opere di giardinaggio. I due iniziarono così a collaborare e tra un suggerimento e l’altro riuscirono a portare a termine il proprio lavoro. Ovvio, fece quasi tutto il padre, in quanto più esperto, ma anche Oliver ci mise impegno.
    Soddisfatti, si accomodarono sul dondolo che avevano in cortile sorseggiando un’aranciata fresca per riposarsi un po’ dalla fatica e dal sole che stava scaldando la loro pelle bruna. Jerry colse l'occasione per stimolare il figlio.
    «Hai visto i semi dei nostri girasoli?» domandò con un tono misterioso.
    «I semi? Sì… Aspetta, in che senso?»
    «Vieni guarda» enunciò Jerry, facendo segno al figlio di alzarsi mentre si appropinquava a uno dei fiori. «Dai un’occhiata ai semi. Hai notato quanto sono ordinati?»
    «Beh sì, ma cosa intendi?»
    «Non sono messi lì casualmente, sai? Sono disposti secondo due giri, chiamiamoli così, uno opposto all’altro. Se ti mettessi a contarle, dovresti trovare trentaquattro spirali che vanno in un senso e cinquantacinque che vanno al contrario. Questo è dovuto all’angolo preciso che c’è fra la nuova crescita e il resto della pianta. Mi pare si parli di 137,5 gradi, ma sai che la memoria ogni tanto gioca dei brutti scherzi; poi cerca su internet “angolo aureo” per sicurezza. La cosa interessante è che seguendo questa disposizione non ci sono sprechi di spazio, cosa che invece si verificherebbe con angoli di misure diverse. Tutto questo ha a che fare con la successione di Fibonacci che è una sequela di numeri che si ottengono sommando i due precedenti e così via, e il 34 e il 55 che ti ho detto prima fanno parte proprio di questa catena di cifre» spiegò Jerry cercando di incuriosire Oliver sfruttando alcune informazioni che aveva immagazzinato guardando un documentario.
    «Wow, ma è interessantissimo! È vera sta cosa che mi hai detto?» chiese il giovane.
    «Certo che è vero! E non è l’unico caso in natura! La geometria è molto presente nel mondo che ci circonda. Sai, perché te l’ho detto? Perché ho saputo dalla mamma che hai preso un’altra insufficienza in scienze. Dici sempre che la scuola ti annoia, che non c’è mai niente di interessante. Cosa credi, che sia tutto come nei film, dove gli scienziati danno i superpoteri alle persone o creano androidi con arti bionici? Lo so che ti affascinano quelle cose, ma prova a dare una chance anche a quello che ti viene insegnato. E se non ti soddisfa approfondisci per conto tuo, magari con una ricerca. Vedrai che anche il mondo reale saprà meravigliarti» esplicò con tono affettuoso Jerry.
    Oliver sorrise, poi si voltò camminando verso la porta. Prima di entrare in casa concluse guardando il padre: «Sapevo che avevi qualcosa da dirmi. Tu sai fare tutto, figurati se avevi bisogno del mio aiuto. Grazie che non mi hai sgridato, cercherò di impegnarmi un po’ di più, hai ragione».
    Jerry si sentì sollevato. Era parecchio stanco, svolgeva un lavoro fisico e per raggiungerlo doveva attraversare le montagne col treno ogni giorno; avrebbe spostato volentieri i girasoli nel fine settimana, ma ci teneva a dare un insegnamento al figlio ora che ne aveva bisogno.
    Spesso si interrogava chiedendosi se fosse un buon padre e se stesse dando il giusto esempio a Oliver. Si sentiva come un giocoliere che deve rimanere concentrato quando lancia e riprende le palline a mezz'aria. Col tempo diventa sempre più naturale, ma non deve mai essere presa sotto gamba e basta un movimento sbagliato per rovinare tutto. A volte però sentiva la testa esplodere perché quella che faceva roteare tra le mani non era una semplice sfera, era una vita. La vita del suo amato figlio.

    Terra piena

    Cassandra era tutta elettrizzata a sistemare il telescopio che i suoi genitori le avevano appena regalato. L'autunno stava tingendo l'atmosfera con pennellate ricche di colori caldi, nettamente contrapposti alle temperature che stavano calando, di pari passo con le ore di luce, tanto che alle 18 era già buio pesto.
    Nel cielo si poteva scorgere un piccolo spicchio lunare. Cassandra era estremamente affascinata dalla Luna. Ne aveva studiato l’origine, le fasi, gli effetti sul nostro pianeta, tutto! Era consapevole però di non poterla ammirare per bene sin da subito, perché la notte successiva ci sarebbe stato il novilunio rendendola completamente oscurata e poco osservabile. Stesso discorso per il plenilunio in cui il satellite sarebbe stato troppo luminoso da poterne apprezzare tutti i dettagli.
    Si mise comunque a scrutare l’universo godendosi lo spettacolo degli altri corpi celesti. Dopo un’oretta decise di terminare e si recò alla propria scrivania. Estrasse da un cassetto una letterina scritta alle elementari e iniziò a leggerla. Si trattava di un messaggio che immaginava di spedire a un’ipotetica coetanea “lunare”. Da piccola pensava che ci fosse un regno fatato lassù con elfi, sirene, guerrieri con spade e scudi, probabilmente per via delle influenze derivanti da alcuni videogiochi che le piacevano a quell’età. Un po’ imbarazzata, rise facendo il tipico gesto italiano per indicare stupore scuotendo la mano, provando però tenerezza per la bambina che era.
    Per gioco decise allora di mettersi a scrivere una nuova lettera e, dopo i convenevoli iniziali di rito, dedicò la parte centrale a parlare del proprio pianeta assumendo un atteggiamento più riflessivo.
    «Magari ti chiedi che tipo di persone siano i terrestri. Ti dirò, purtroppo non ci comportiamo bene. Dovremmo essere uniti ma in realtà c’è sempre chi se la prende con i più deboli, con i diversi, con i tristi, con i gentili; non riusciamo a rispettarci e ci facciamo solo del male gli uni gli altri! Gli umani sono stupidi!» scrisse con foga Cassandra mentre le sue guance venivano inumidite dalle lacrime.
    Diede un colpo con entrambe le mani alla scrivania per darsi la spinta e far arretrare la sedia a rotelle su cui stava. Indietreggiò fino al letto e si accovacciò sul materasso a piangere. Soffriva parecchio per le prese in giro che spesso affrontava a scuola. Dei compagni si burlavano della sua inabilità a camminare dovuta alla distrofia muscolare agli arti inferiori con cui conviveva da anni.
    Nello sconforto le venne però in mente il suo compagno Tom. Tom era un ragazzo sorridente che ogni mattina entrava in classe con la mano alzata a salutare col buonumore. Lo considerava un amico importante perché avevano costruito, nei primi tre anni delle superiori, un rapporto fondato sul dialogo e sul confronto. Avevano punti di vista diversi su alcuni temi, ma con le loro chiacchierate riuscivano sempre a trasformare le potenziali divergenze in gemme preziose. Non era importante convincere l’altro della correttezza della propria opinione, quanto più rispettarsi e confrontare le profonde motivazioni alla base dei ragionamenti. E poi Tom era il compagno che più di tutti cercava di difenderla dalle angherie degli altri.
    Con questo in mente tornò alla scrivania e tirò una grossa riga sui pensieri negativi che aveva pocanzi messo per iscritto e rielaborò il pensiero.
    «Dev’essere bellissimo guardare la Terra piena dalla Luna. Immagino che lo spettacolo che vedi sia un tripudio di azzurro, verde, marrone, bianco e altri colori! Di sicuro ti piacerebbe anche il genere umano: a volte ci sentiamo tristi od offesi per le cose brutte che capitano nelle nostre vite ma ci sforziamo di rialzarci sempre, di non arrenderci. E poi ognuno ha la sua peculiarità: ci sono persone fantastiche, sensibili, amorevoli, compassionevoli, gentili, altruiste, simpatiche, divertenti, umili… La nostra bellezza è la varietà. Quando usiamo la testa e il cuore riusciamo a trasformare la nostra diversità nel bene più prezioso che abbiamo. La vita sul nostro pianeta è il vero capolavoro».

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